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19 marzo 2009

``Quei neri più a sinistra dei rossi così Roma ha scelto i fascio-comunisti``

 

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``Quei neri più a sinistra dei rossi così Roma ha scelto i fascio-comunisti``

Gli Alemanno-boys raccontati da Antonio Pennacchi: dal suo romanzo il film "Mio fratello è figlio unico"

 

(la Repubblica, 30 aprile 2008)

 


Prima proletari, poi intruppati nel Msi, oggi sovrastati dalla destra vera di Bossi e Berlusconi

"Anche Alemanno è più a sinistra di Rutelli. Ma si salva solo se fedele alla sua tradizione"

 

FRANCESCO ERBANI

  


I fascisti o ex fascisti li ha conosciuti bene. Uno, Accio Benassi, l´ha raccontato nel romanzo Il fasciocomunista, che Daniele Lucchetti ha portato sullo schermo intitolandolo Mio fratello è figlio unico. Accio è lui, Antonio Pennacchi, scrittore, iscritto al Msi e poi espulso nel ´68, approdato a Servire il Popolo, al Psi, alla Cgil, alla Uil, al Pci e poi di nuovo alla Cgil, ed espulso anche da lì. Si dichiara stalinista, leninista e marxista. «Alemanno non lo conosco, ma ho conosciuto quelli come lui, che per convenzione si chiamavano fascisti di sinistra».

Per esempio?

«Luciano Lanna, attuale direttore del Secolo d´Italia, Umberto Croppi, anche lui, come me, cacciato dal Msi».

Che tipo di fascisti erano?

«Erano gli eredi dell´anima rivoluzionaria del fascismo. Anima proletaria. Psicologia dei perdenti, quelli che non tradiscono la squadra, anche se vinta. Antiamericani, anticapitalisti. Le dico una cosa forte?».

Proviamo.

«Alemanno è più a sinistra di Rutelli».

Opinioni personali. Si spieghi meglio.

«Una delle mitologie coltivate in quegli ambienti era la bonifica delle paludi pontine attuata dal fascismo. Che modificò i rapporti di classe, avviò riforme strutturali nel mondo contadino. Poi quei ragazzi si intrupparono nel Msi e la linfa si esaurì».

Lo racconta nel Fasciocomunista. Dove c´è anche la storia, che lei giura vera, di Stefano Delle Chiaie che a Valle Giulia guidava i militanti di Avanguardia nazionale contro la polizia.

«Fu allora che il Msi impedì che fraternizzassimo con i rossi. O di qua o di là. E così nel partito si ritrovarono i fascisti conservatori e quelli rivoluzionari. Purtroppo il collante era alimentato dal fatto che la sinistra li relegò tutti insieme in un ghetto».

Accio Benassi, cioè Antonio Pennacchi, viene espulso allora.

«Sì, ed è la sua salvezza. Rischiava di diventare un terrorista».

Agli altri cosa succede?

«Molti restano nel Msi. Ma quando, anni dopo, Berlusconi fa uscire dal ghetto il partito di Fini, io speravo che il loro vitalismo riemergesse. E invece sono stati sovrastati dalla destra vera, Berlusconi stesso e Bossi. Posso parlare di Latina, la mia città?».

Dica.

«Negli anni 90 fu eletto sindaco Ajmone Finestra, soldato nella Rsi, vero fascista di sinistra. Finché ha governato da solo, ha governato bene. Al secondo mandato si è alleato con Forza Italia. Poi è arrivato Vincenzo Zaccheo, sempre An, che è stato peggio della peggiore Dc».

Che cosa ha fatto?

«Ha oltraggiato la sua storia. Sotto Piazza del Popolo, simbolo della Littoria fascista, vuol scavare un parcheggio».

È un consiglio per Alemanno?

«Alemanno si salva solo se resta fedele alla sua tradizione».




17 marzo 2009

Gli anarchici di Mussolini

 
Allo scoppio della I guerra mondiale vi furono, in seno alle correnti anarchiche, alcune personalità che si staccarono dall’orientamento non interventista del movimento. Sull’argomento è interessante il lavoro svolto da Alessandro Luparini nel suo libro Anarchici di Mussolini.

Il primo tra i vari interventi “eterodossi” fu un articolo di Mario Gioda per il periodico “Volontà”, nel quale veniva notato limprovviso e devastante fallimento dellInternazionale e veniva dichiarata la necessità che, in caso di invasione austriaca dellItalia, anche gli anarchici impugnassero le armi. A questo primo intervento seguì quello della “già paladina dell’antimilitarismo” Maria Rygier che in un altro articolo, questa volta per “Il libertario” di La Spezia, si entusiasmò per la fine della triplice alleanza e auspicò la guerra. La presa di posizione della Rygier non fu che la prefazione del “Manifesto degli anarchici interventisti” di cui ella stessa fu ispiratrice. Tra i firmatari dell’appello, oltre a esponenti del sindacalismo, a socialisti dissidenti e ai repubblicani, figurava una personalità che rivestirà un ruolo centrale nella corrente anarco-interventista: Massimo Rocca.

Già da tempo staccatosi dall’Anarchismo “ortodosso” perché favorevole all’intervento in Libia e avvicinatosi alla causa del sindacalismo rivoluzionario, Rocca non fu considerato mai un anarchico in senso stretto, ma più un individualista. La sua visione concettuale dell’Anarchismo era estetizzante e fortemente elitaria, concezione cui restò sempre fedele nel tempo. La propaganda per la guerra, oltre che a generare cazzotti e lanci di sedie nelle conferenze da lui tenute, fece sì che i suoi rapporti con l’ “Avanti” di Mussolini si intensificassero fino alla firma degli articoli sul “Resto del Carlino” che spinsero il futuro Duce ad accelerare i tempi del suo strappo interventista.

Il patrimonio ideale dell’anarco-interventismo era, senza ombra di dubbio, un individualismo stirneriano revisionato nella sua concezione velleitaria e amoralistica, volgarizzazione cui Rocca sostituì una valutazione storica e “sentimentale” che sarà principio fondante del “liberismo rivoluzionario” (o “novatorismo”). Fu questo individualismo rivoluzionario che, oltre a rappresentare un riferimento ideale, fece anche da collante tra gli anarco-interventisti e le correnti più radicali della cultura italiana, prime fra tutte le avanguardie futuriste il cui ruolo nella campagna interventista fu tutt’altro che marginale.

Con l’avvento del conflitto si assistette a un allargamento dei magli coesivi tra le varie individualità anarco-interventiste che generò un periodo di caos interno. Così, mentre la Rygier puntava (non riuscendo nell’intento) a far confluire nel Partito Repubblicano Italiano (PRI) il movimento, Rocca sposava nel 1916 le rivendicazioni dei nazionalisti su Istria e Dalmazia, e da questo momento in poi si assistette al suo totale distacco dal sinistrismo e al suo progressivo approdo verso un conservatorismo “illuminato”.
La fine del conflitto ristabilì ordine e riserrò i magli precedentemente allentati. Alcuni esponenti del movimento, come la Rygier, sparirono nell’ombra, altri riallacciarono i contatti con l’Anarchismo “ortodosso”. Altri ancora, come Gioda, Malusardi e Rocca, aderirono al nascente movimento fascista, occupando un ruolo di rilievo al suo interno.

L’avvicinamento di Rocca al Fascismo fu dovuto a comunanza di posizioni in primis sulla questione adriatica, e in secundis sulla sua concezione politico-economica, che si configurava come un misto di liberismo, sindacalismo e produttivismo di stampo mussoliniano. Al pari di Mussolini, anche Rocca auspicava una «matura collaborazione tra capitale e lavoro» volta all’emancipazione dei lavoratori tramite la compartecipazione al ciclo produttivo. Compito della borghesia era mostrarsi autentica classe dirigente capace tanto di opporsi al bolscevismo dilagante quanto di responsabilizzare il proletariato. Difensore dellordine monarchico, Rocca intravisava nell’attuale situazione politica la sopraffazione della burocrazia sulla borghesia, e il suo auspicio era quello che si realizzasse una rivoluzione, compiuta la quale, la borghesia aveva l’obbligo di realizzare un rivolgimento aristocratico della società italiana. Approvava lo Squadrismo come strumento di difesa contro le prepotenti orde bolsceviche, e vedeva una forma di dittatura pro tempore l’unica soluzione di governo capace di far cessare “ lorgia di tutti i disordini”.

Altro “anarco-fascista” fu Mario Gioda che, con l’ex sindacalista rivoluzionario Attilio Longoni, fu tra i promotori del Fascio di combattimento torinese del quale assunse la segreteria. Per Gioda il Fascismo doveva essere lantipartito, motivo per il quale desiderò che al Fascio torinese accorressero tutte le forze «sane, giovani, italiane» senza distinzione di parte o colore politico, individuando il nemico non nel proletariato ma nel bolscevismo. Tuttavia, nonostante il suo punto di vista fosse volto al superamento delle logiche destra/sinistra, il Fascio torinese fu sempre inclinato verso destra (salvo una parentesi in cui si tentò una più ampia apertura verso i lavoratori delle fabbriche) al punto che la leadership di Gioda fu sostituita, nel maggio del 1920, dal monarchico De Vecchi (in foto).

Altra interessantissima personalità anarco-interventista fu Edoardo Malusardi, che nel Fascio veronese occupò un ruolo di primo piano fondando anche il giornale “Audacia”. Proveniente dall’esperienza fiumana, Malusardi aveva come riferimenti la Carta del Carnaro e il Sindacalismo Rivoluzionario di Corridoni. Il Fascismo doveva essere, a detta sua, antimonarchico e sensibile alla questione sindacale, puntando a far crescere il valore dei lavoratori in termini tecnico-intellettuali. Riguardo agli scioperi, la sua concezione era quella di prendere decisioni “volta per volta”. Godendo del rispetto e della compattezza del Fascio veronese intorno alla sua figura, Malusardi fu l’unico che disertò il Blocco Nazionale scaturito dall’unione tra i Fasci di combattimento e lAssociazione Liberale Democratica, che si venne a creare in vista delle elezioni del 1921. Questa coerente scelta gli valse l’assenso di Mussolini che si complimentò con lui per aver agito «fascisticamente» poiché, se mancavano «certe elementari condizioni di probità politica», necessitava «non bloccare […] ma sbloccare».

Rimanendo sempre un “novatore”, differentemente da Rocca che andava sempre più sintonizzandosi su frequenze conservatrici, Malusardi riaffermò sempre la sua fede sindacalista intendendola su parametri di sindacalismo/corporativismo dannunziano, fede la sua che lo portò anche a criticare apertamente le politiche del partito (si compì nel mentre la trasformazione del movimento in Partito Nazionale Fascista PNF) dal quale, però, non perse mai il rispetto.

Compiuta la rivoluzione fascista (Marcia su Roma, 28/10/1922) iniziò per gli anarco-interventisti il periodo revisionista.
Il primo ad esprimersi fu Malusardi che rilevò lo Squadrismo, legittimo e giustificabile nel periodo movimentista e pre-rivoluzionario, ora da disciplinare in virtù di una ricostruzione sana e legale dello Stato: «lasciate stare, dunque, o amici, il manganello, l’olio di ricino, la gradassata inutile, e chiedete invece delle biblioteche e delle scuole di cultura».
Rocca, dal canto suo, fece propria la concezione bottaiana di sostituzione del vecchio ceto dirigente fascista con una nuova élite, e fu proprio con Bottai che iniziò una collaborazione scrivendo articoli su “Critica Fascista”.

Uno di questi mise Rocca in aperta polemica col fascista intransigente Farinacci (in foto), il quale vedeva nelle teorie revisioniste una minaccia a quel Fascismo provinciale da lui considerato “l’anima pura” della fase movimentista e rivoluzionaria. In virtù di una siffatta visione, il Fascismo delle province meritava l’immunità da ogni tipo di attacco o revisione. La risposta di Rocca fu esageratamente prosopopeica e suonò così: il rassismo era un fenomeno che andava superato. Essendoci ora un governo e una legge, anche il più anziano e autorevole fascista che fosse contravvenuto ad essa meritava la galera.

Superato un periodo di sospensione a seguito di queste dichiarazioni, i toni del revisionismo di Rocca si fecero più filosofici e concettuali, ed ebbero l’effetto di far allontanare l’opinione pubblica dalla sua “battaglia”, che veniva ora percepita come una “bizzarria intellettuale” e nulla più.

Nell’aprile del 1924 Rocca riaprì un fronte revisionista di stampo accusatorio sia nei confronti del Fascismo provinciale che verso il neo ministro dell’economia De Stefani, accusato di corruzione. In realtà l’accusa verso De Stefani non avvenne mai in maniera diretta, e questa vicenda appare ricca di equivoci; tuttavia questa seconda “ondata revisionista” costò a Rocca l’espulsione dal PNF.

Nel 1925 lasciò l’Italia per la Francia. Qui mantenne nei confronti del regime un atteggiamento altalenante pur non dichiarandosi mai antifascista.




31 gennaio 2009

Una fassa una rassa - estremisti di destra e di sinistra a confronto

Vengo attaccato relativamente al mio penultimo thread.

Si arriva ad ipotizzare che la mia sia un " excusatio non petita "  , atta a coprire i veri colpevoli dell'attentato intimidatorio di Arcene, che apparterrebbero alla destra radicale di cui io sarei fiancheggiatore (!)

Addirittura, un Kompagno demoKratiKo, arriva a suggerire di sottoporre i miei scritti all'attenzione delle competenti autorità ( wow! )  

Non da ieri sostengo che i militanti della destra radicale siano dei comunisti mancati come d'altronde sostengo da tempo che i militanti della sinistra radicale siano dei fascisti malriusciti.

Pertanto credo sia interessante riproporre un vecchio thread.


Lotta studentesca movimento giovanile di Forza Nuova e Movimento studentesco manifestano insieme a Bergamo


 (1)




A Bergamo il movimento studenti diventa bipartisan in nome della protesta contro la riforma Gelmini: Movimento studentesco e Lotta studentesca, legata al controverso movimento Forza Nuova manifestano insieme, ovvero sinistra e destra estreme o radicali che dir si voglia si trovano d'accordo.

"Preso atto delle intenzioni del presidente Berlusconi di reprimere con la forza la polare insurrezione contro la riforma Gelmini, Lotta studentesca sarà in prima linea per combattere insieme agli studenti di sinistra per il futuro di noi giovani", si legge in una nota e gli studenti 'di destra' sembrano altrettanto agguerriti: "Noi difenderemo con le unghie e con i denti la natura pubblica della scuola. Riteniamo, infatti, che in epoca di crisi economica gli investimenti debbano essere fatti principalmente sui giovani".

Certo è suggestiva la saldatura tra sinistra radicale  e destra radicale.Non è un tema nuovo,quello del cosiddetto "fasciomunismo" eppure sempre suggestivo.In effetti è fatto noto che moltissimi reduci della R.S.I. della corrente di sinistra e molti sindacalisti fascisti, nel dopoguerra aderirono al P.C.I. Certe suggestioni vengono da lontano, si pensi al nazionalbolscevico Ernst Von Salomon, sposato ad una ebrea e perseguitato dalla repubblica di Weimar poi durante i nazismo per la dichiarate simpatie verso i comunisti e nel dopoguerra perchè considerato nazista, che  riconosceva ai comunisti un "rigore prussiano"di cui parla nel romanzo " I Proscritti "oppure si pensi a Yukio Mishima, icona in egual misura della destra e della sinistra radicale giapponese , o per rimanere sul territorio nazionale alla politicamente ambigua "Reggenza del Quarnaro" nella quale affluirono entusiasticamente i cosiddetti arditi del popolo  o arditi bolscevichi e nazionalisti inveterati , saldati dalla personalità  del poeta soldato Gabriele D'Annunzio nell' effimera avventura politica, guardata non a caso  da Lenin con estremo interesse per i non pochi elementi socialistoidi e con molto sospetto per non dire una robusta diffidenza, da Benito Mussolini che invece voleva accreditarsi quale "moderato" presso Casa Savoia ( e forse non amava farsi rubare la scena dal poeta soldato ). Guardate la bandiera dell'effimero Stato Libero di Fiume,detto " Reggenza del Quarnaro" e capirete il perchè della simpatia di molti comunisti per l'impresa fiumana.L'ammiccamento al vessillo bolscevico e alla simbologia socialista è evidente e voluto .

hj

Ma torniamo ai giorni nostri e analizziamo i due manifesti pubblicati in testa  (1) qui volutamente affiancati.La somiglianza dello stile di comunicazione , dell'uso dei colori è  notevole, malgrado i messaggi che si vogliono veicolare siano diametralmente opposti.

La stessa militanza politica, vissuta come "comunità" dalle ali estreme è oggettivamente simile, resa più simile poi dalla forma "liquida" dei maggiori partiti attuali, ossia PDL e PD .
 
Non solo: c'è da notare che sia l'estrema destra che l'estrema sinistra sono saldate da un vago antisemitismo/antisionismo , condito da bandiere dello Stato d'Israele bruciate in piazza e da una malcelata simpatia comune per il regime islamico iraniano , annaffiato da un robusto sentimento antiamericano e da una comune simpatia per la causa palestinese.

Anche se è difficile da far digerire alle controparti di sinistra, è noto un ruspante ( e contradditorio) terzomondismo di destra, che si rileva specie dei movimenti Forza Nuova e Fiamma Tricolore e in misura molto più addolcita nella Destra Sociale,specie dopo l'incontro a " tarallucci e vino  kasher " tra esponenti della comunità ebraica romana, avvenuto dopo le elezioni comunali  vinte da Gianni Alemanno, grazie anche all'apporto entusiastico e probabilmente decisivo della comunità ebraica locale, appoggio malvisto e criticato  da alcuni (pochi)  esponenti della comunità ebraica, tra i quali Ariel Toaff, figlio del rabbino  emerito di Roma, Elio Toaff,

E' anche vero che i molti tentativi di saldatura,che spesso furono molto vicini ad andare a buon fine, vennero sempre frustrati da elementi dogmatici delle due parti , magari anche  interessati a premettere il loro spicchio di potere e alla loro visibilità personale, alla buona riuscita di singole iniziative su cui le ali estreme si trovarono a convergere.

Personalmente credo che questi tentativi di avvicinamento siano velleitari  temporanei e destinati al fallimento, ma questo nulla toglie alla suggestione di questi curiosi ammiccamenti,  ai quali neppure io resto indifferente, per quanto sia fortemente negativo su due degli elementi collanti della destra e della sinistra radicale,ossia sia su antisemitismo e antisionismo e la comune simpatia per il regime iraniano, che non condivido affatto.



Pike
 




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